L’essenza dei colori

Sonia Sacrato

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Il tempo cambia molte cose nella vita, cantava Franco Battiato.

Il tempo ha cambiato anche il mio rapporto con i colori, i suoni, la percezione stessa della vita. Una volta – se dovessi cominciare come un’anziana signora parlando ai nipotini – i colori per me erano i pastelli sparsi sul pavimento della mia camera. Disegnavo distesa a terra, con la pancia contro il parquet di rovere e i gomiti sempre neri. Disegnavo per ore, coloravo foglio dopo foglio fino a quando, dopo tanta insistenza, mi regalarono un quaderno con un bellissimo Orso Yoghi in copertina. Mio fratello era più grande e già andava a scuola, io volevo imparare a scrivere come faceva lui. Nel frattempo continuavo a colorare ovunque, anche sui muri. Benché scoperta, negai spudoratamente davanti all’evidenza dei fatti. Quel giorno imparai che mentire non porta a nulla di buono.

Quando morì mio padre per un po’ smisi di colorare. Mi sembrava che il mondo avesse perso molte delle sue sfumature. E poi, soldi in casa, per i colori, non ce n’erano più.

Oggi intrattengo conversazioni estemporanee con il mio amico daltonico. «Ho visto un bel paio di scarpe da corsa gialle fluo» mi dice. «Sei sicuro fosse proprio giallo?» gli chiedo. Non trova simpatico questo mio insinuargli dei dubbi. Capita che per lavoro mi chieda di spiegargli o definirgli un colore. Come fare? La tabella Pantone è di grande aiuto: un numero e via. Il marrone, per esempio, è identificato dal 4695 C. Certo, si perde un po’di poesia, ma tant’è.

«Ci voleva la mia cecità per farti vestire di un colore che non fosse sempre e solo il nero» mi ha detto qualche giorno fa mia madre. Lei, in pochi anni, è passata dal non essere nemmeno miope a vivere in stanze buie in cui è difficile orientarsi. In cuor suo non si rassegna, in cuor mio sto cercando di trovare altre strade per non farle perdere, se non altro, il ricordo dei colori. Così capita che abbandoni il mio essere monocromatica nell’abbigliamento e inserisca un maglione o un qualcosa rosso fuoco, unico colore che ancora intravede ed è capace di scaldarla. Ecco che il colore subisce una metamorfosi, e diventa calore.

In questi anni ho imparato a spostare la percezione visiva su piani sensoriali difformi: un mondo che si oscura ha bisogno di luci alternative che accarezzino gli altri sensi; così mi diverto a trasformare i colori in profumi, o farli assomigliare a ricordi, in modo che affiori alla memoria quel componimento che… Ricorda un po’ Picasso il quale, dopo il periodo blu e rosa, inaugurò il cubismo sintetico a tinte ocra e sfumate di marroni e davanti all’opera d’arte l’osservatore non poteva e non doveva restare passivo ma gli veniva imposto di sforzarsi a ricomporre e analizzare le immagini, scoprendone l’essenza.

A voler essere onesta, quando mi è stato suggerito il marrone Picasso, la prima immagine che ho messo a fuoco è stata una di quelle fontane di cioccolato al latte. Ne ho viste alcune in una cioccolateria di Venezia: hanno qualcosa tra l’erotico e l’ipnotico che ti blocca davanti alla vetrina.

La seconda è stata il cappello dei funghi porcini.

 

 

L’autunno è pigro oltre i vetri della finestra ancora aperta, sento il traffico della domenica che prova a disturbare l’ascolto di Clouds di Ezio Bosso, non riuscendoci.

Così di un marrone caldo e sensuale è sicuramente il legno del violino, che sta rincorrendo le nuvole spinte dal vento. Diverse sfumature di marrone hanno tinto le foglie del sottobosco che danzano, prima di lasciarsi morire tra le radici della pianta dove sono nate.

Marrone sono le pigne buttate nel caminetto appena acceso e che profumano l’aria scoppiettando. Il fumo che esce dai camini pizzica le narici, ti richiama in casa con la promessa di una tisana e una coperta leggera.

 

 

Marrone erano le passeggiate nel paese dove è nata mia madre. Potevo farle da sola anche da piccola: non esisteva il traffico e lì mi conoscevano tutti. Dalle finestre si udiva il suono delle stoviglie mentre apparecchiavano le tavole e il profumo del pranzo: l’odore della crosta abbrustolita della polenta, quello dei funghi cotti su vecchie padelle di alluminio e adagiati poi sul piatto con delicatezza, vicini al coniglio in umido.

Ne parlavo con mio fratello qualche giorno fa: non si sente più il buon odore della cucina quando si cammina per strada o si salgono le scale di un condominio, quasi avessimo smesso di far da mangiare, di ricercare i sapori che dovrebbero essere imprescindibili dalle fragranze. O forse, più semplicemente, è colpa delle porte, che oggi restano chiuse come le finestre.

Non comprendo se abbiamo deciso di chiudere fuori il mondo o se ci siamo voluti blindare all’interno del nostro. Per le stradine del paese si poteva distinguere la ricetta di una famiglia o dell’altra, andando a naso. Bastava un’erba, una spezia, e il profumo cambiava. Le massaie tacevano, si strofinavano le mani sul grembiule, facevano no con la testa. Lo consideravano un segreto da tramandare gelosamente alla generazione successiva.

È doloroso pensare che ora tutto quanto si riduca a una manciata di segreti, dispersi dal vento.

Sonia Sacrato

Sonia Sacrato è nata e vive a Padova, ma è Torino dipendente da tempo immemore.

Appassionata di storia e di musica, ama spesso intrecciarle alle trame in cui talvolta riporta in vita storie dimenticate. Ha pubblicato diversi racconti in antologie e riviste online.

“Governante” full time dei Kiss, tre gattoni nati per delinquere, ma anche fonte costante di ispirazione, nel tempo libero viaggia spesso in compagnia di una coccinella di peluche che le fa da travelblogger.

A settembre 2021 ha pubblicato con Newton Compton il suo romanzo giallo “La mossa del gatto”: una vecchia casa da svuotare. Una soffitta che nasconde segreti. Un passato che torna a galla... E, ovviamente, un gatto - Pablo - inconsapevole ma decisivo aiutante nell’indagine.

Email: sonia.sacrato@gmail.com

 

 

 

 

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