Di Roberta Berno

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Quando Michela mi ha chiesto di scrivere sul colore “grigio”, il filo dei ricordi si è riavvolto e sono tornata indietro, quando tutto ebbe inizio, in quinta elementare. Nel lontano 1979, alla recita scolastica di Natale.

Ero stata scelta per recitare la poesia di Guido Gozzano La notte santa. Mia mamma mi aveva fatto indossare, sopra i calzettoni bianchi alle ginocchia, una gonnellina millepieghe di flanella, di colore grigio antracite. Ero imbarazzatissima. Non per la poesia, che adoravo, e nemmeno per i calzettoni, che da soli avrebbero potuto essere motivo di vergogna, ma perché la gonna mi torturava le gambe come mille spighe di grano e, soprattutto, quel colore non lo tolleravo. Semplicemente. Mi rimandava alle definizioni de La Settimana Enigmistica: “il colore della tristezza”, “si ottiene mescolando il nero e il bianco”, “il colore dell’asfalto”, “così è l’abito di flanella”. Appunto, grigio. A soli 10 anni giurai a me stessa che mai più avrei indossato quel colore.

Il filo dei ricordi, poi, piano piano, si è srotolato lungo gli anni, riportandomi ai tempi della scuola superiore, e precisamente all’ora di ginnastica con la tuta d’ordinanza imposta dalla preside: una divisa da palestra che si sformava appena indossata, di colore grigio topo. Nuovamente il grigio!

Altro flash back: al mio primo colloquio di lavoro, fresca di laurea. Spinta, ma non convinta, dai suggerimenti di chi lavorava da tempo e, quindi, sapeva come andavano le cose, mi presentai alla selezione con un tailleur grigio serioso che mi incupiva come un cielo coperto. Il colloquio andò bene, ma non indossai quasi più niente di grigio in ufficio.

Infine, mi sono vista sfilare davanti agli occhi tutti i pigiami e camicie da notte di colore grigio che mia suocera mi regala, da circa venti anni, accompagnando il dono con la medesima frase: “il grigio va su tutto”. Ma… non era il nero?

Oggi, quindi, posso confermare che la piccola fiammiferaia (perdonate la mia deformazione professionale che fa capolino) sia sicuramente più felice di me ad ogni incontro con il colore grigio.

Eppure…

La richiesta di Michela mi ha spinta a guardare oltre i miei ricordi. In una sorta di “riparazione” tra me e il grigio.

Con uno sguardo al RAL 7035 Grigio Luce con il quale ho fatto dipingere una parete di casa!

 

 

Oggi so che uscire di casa, ogni mattina, indossando solo i colori che sentiamo nostri e che ci fanno stare bene è una priorità per riconoscere il nostro Valore. Possono bastare una collana fuori dal comune, degli orecchini luminosi, un paio di scarpe di buona qualità per distinguerci. Per affermare la nostra unicità. Anche con il grigio. Luce gentile, RAL 7035.

Mi immergo in una ricerca su Wikipedia e leggo: “il grigio simboleggia la mediocrità, la mancanza di energia, la tristezza, la timidezza, il compromesso e la prudenza. Rappresenta una mentalità caratterizzata dall’oggettività ed equilibrio perché viene visto come il colore che contiene sia il bianco che il nero, come bene e male.”

Mi ritrovo a guardar fuori dalla finestra nel grigio della mia Milano e penso che la città non sia per nulla mediocre e nemmeno timida: se la si guarda bene, sprizza energia da tutti i viali e non scende a compromessi.

Fabio Volo in Il giorno in più ha scritto: “Sveglia, caffè, tram, ufficio, palestra, pizza-cinema-letto (magari da soli)… Giornate sempre uguali scandite da appuntamenti che, alla fine, si assomigliano tutti, persi nel cielo grigio di una metropoli che non sa più sorridere”.

Oggi la mia Milano ha il sorriso spento e grigio di questo tempo arruffato, ma sa esprimere la sua forza e la sua vivacità con azioni riparatorie gentili.

Come la mostra collettiva dedicata alla rinascita della città in tempo di pandemia, “Cicatrici a Milano – L’arte di ripartire”, che mette insieme – tutti sullo stesso piano – persone, aziende ed enti del terzo settore, in un dialogo che restituisce alla comunità un modo “per guardarci con occhi nuovi, accogliere la propria cicatrice e quella degli altri e trasformare questi segni in bellezza.”

Come la recente campagna di sensibilizzazione civica “Gentilmente. La cura della tua città”: chiamata a rispettare la precedenza dei pedoni, a non intralciare i pedoni con il monopattino, a non buttare i mozziconi di sigaretta in strada.

Vedere sbocciare dal grigio i colori della rinnovata Resilienza, della Gratitudine, della Condivisione, del pieno Altruismo, della solida Fratellanza, della rinvigorita Appartenenza, del totale Rispetto, della Speranza. Uno sguardo sull’arcobaleno di un futuro luminoso.

Con questo sguardo mi chiedo se il grigio sia colore femminile o maschile.

 

Ph: Annie Spratt, Unsplash 

 

Secondo la storica del colore Eva Heller, “il grigio è troppo debole per essere considerato maschile, ma troppo minaccioso per essere considerato un colore femminile. Non è né caldo, né freddo, né materiale, né spirituale. Con il grigio nulla sembra essere deciso.”

Il grigio è stato il colore preferito di Coco Chanel, con i suoi famosi abiti di tweed grigio con rifiniture nere. E di femminilità Coco ne sapeva! E cosa dire di Christian Dior? Per lo stilista “i toni del grigio, del rosa e dell’azzurro devono prevale sempre” nell’armadio di una donna.

Per la Heller, comunque, il colore grigio conferisce neutralità o sottende un atteggiamento di prudente attesa di fronte alle scelte.

È noto il proverbio indiano che recita: se davanti a te vedi tutto grigio, sposta l’elefante.

“Vedo tutto grigio”: in sole tre parole, tutto.

Tutto quello che non funziona, tutto quello che si è rotto, tutto quello che ha causato fratture dentro di noi.

Possiamo scegliere di sfuggire al confronto con le situazioni emotivamente problematiche e lasciare l’elefante lì dov’è… per convincerci che la nostra vita sia fatta di sole cose grigie.

Se, però, spostiamo l’elefante, possiamo scoprire tutto un mondo di colori che neppure pensavamo potesse esistere. Per riparare e ripararci in un equilibrio rinnovato.

Perché, come scrive Alessandro Baricco, “a volte le parole non bastano. E allora servono i colori. E le forme. E le note. E le emozioni.”

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Roberta Berno

Sono Cantastorie, diplomata alla Scuola Italiana Cantastorie, e professional counselor.

Dopo una esperienza ventennale in veste di Human Resources manager, oggi, con gli strumenti dell’ascolto attivo e delle Fiabe millenarie, creo e realizzo progetti aziendali e individuali di empowerment per facilitare l’attivazione delle Qualità umane infinite e favorire azioni concrete volte al cambiamento personale e professionale.

Amo tutto ciò che è narrazione, perché narrare è dire di sé, è allargare il cuore e spalancare la mente. Mi coinvolge tutto ciò che accompagna al risveglio della piena consapevolezza di sé. Sono affascinata dai gatti… anche con gli stivali e dalle Meraviglie nella vita.