Di Maria Rosa Cirimbelli

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Il mare ondeggiava sornione in quella placida mattina di agosto, lasciando sul bagnasciuga scie luminose di schiuma bianca e soffice. Tra piccoli sassi e sabbia grigia, alcuni bagnanti mattinieri guardavano l’orizzonte in attesa di un sole che quando sorge non è mai come quando tramonta: l’alba arriva placida con quei colori rosati che fanno sperare ogni giorno in un mondo migliore; poi sua maestà il sole irrompe, quasi all’improvviso, e già lo senti che frigge la pelle come fosse di sua proprietà.

Guardavo il mare assaporando quegli attimi, prima che la folla cominciasse a invadere la terra di nessuno e di tutti che è la spiaggia comunale di Loano. Da quando esiste questo lembo di spiaggia che interrompe la sequenza noiosa di ombrelloni tutti uguali e sdraio perfettamente ordinate, ho cominciato ad amare questo luogo che avevo sempre un po’ snobbato preferendogli località marine più selvagge e autentiche.

Della spiaggia libera mi piace ogni cosa, tranne i mozziconi di sigaretta piantati in ogni dove (ma su questo bisognerà velocemente fare una legge che punisca e sanzioni i colpevoli). Mi piacciono gli ombrelloni sgarruppati, vecchi e malconci testimoni di infinite estati. Mi piacciono le sdraiette appoggiate sghembe sulla sabbia che nessuno stende e livella. Mi piacciono le persone così diverse: anziani cotti dal sole che giocano a carte, ragazzi che si cimentano nella pallavolo, famiglie di stranieri con bambini piccoli, bande di adolescenti con la musica a palla, giovani coppie che si sfidano a racchettoni, solitari lettori, complici amiche, le madri con le figlie, i padri con i figli. Quest’anno persino una minuscola vecchina seppellita nella sabbia terrosa: la portavano la mattina, la coprivano fino all’addome e lei se ne stava così gran parte della giornata, lo sguardo attento dietro il grazioso cappellino di paglia nero, legato con un foulard, appena sotto il mento.

Mi piace osservare questa umanità varia, ascoltare i loro discorsi, indovinarne le storie, inventarne le vite.

È tra loro che una mattina trovai il bambino-ocra. Faceva la spola tra il mare e il padre. Non so dire di preciso cosa mi colpì di lui, forse il fatto che fosse magrino e minuto, come mio fratello da piccolo. O forse quel rituale di ritorno verso le braccia paterne. Solo dopo una lunga osservazione mi resi conto che correndo alla sedia da regista, stabilmente piazzata a misura di sicurezza, sorridendo al padre, tuffava la sua faccina in un asciugamano. La testolina di capelli a spazzola cortissimi, si illuminava al sole del mattino di un colore dorato, non biondo ma ocra appunto, una declinazione decisamente interessante di quel rosso dei capelli che non è mogano, non è Tiziano e non è pel di carota. Il costumino azzurro e nessun gioco se non il mare e i suoi affondi che lui schivava per scherzo per poi tuffarsi facendosi prendere tutto, tranne il viso. Non appena uno spruzzo bagnava il suo faccino inarcava le sottili sopracciglia e correva a riparare il danno ridendo al padre, che porgeva l’asciugamano con evidente divertimento. A dire il vero all’inizio pensai che quello fosse il nonno del piccolo, poiché il signore placidamente seduto sulla sedia da regista sembrava più anziano di quanto probabilmente non fosse. Capii che era il padre il terzo giorno della mia osservazione quando vidi un po’ più al largo altre due teste ocra, della stessa forma del bambino-ocra ma più grandi. Appartenevano a due giovani dai lineamenti identici che giocando tra le onde richiamavano l’attenzione del piccolo e del padre. I due giocavano felici nonostante il mare in burrasca e un vento freddo e anomalo per la stagione. Anche loro senza alcun orpello, nessun gioco, solo il piacere immenso di essere in acqua. Lo conosco quel sentimento perché è quello che provo ogni volta che ritorno al mare. E quei ragazzi giocosi mi davano la sensazione che anche per loro quella sarebbe stata l’emozione a cui tornare nelle buie giornate d’inverno. Rimasero in acqua per ore, fino a quando il padre tenendo tra le braccia il piccolo bambino-ocra non li raggiunse in un abbraccio a quattro che mi commosse infinitamente. I tre più grandi proteggevano il piccolino che evitava in ogni modo di bagnare il suo punto debole. Tenendolo saldamente al di sopra delle onde si cimentavano in giochi e piroette facendolo sentire il bambino più felice del mondo.

Francamente non so se avrei abbinato il colore Ocra a Haring, artista dall’immenso talento che ha fatto dei colori a campitura piena, delimitati da figure precise e gioiose, la sua cifra stilistica. Eppure, cercando tra i suoi tantissimi murales ce n’è uno in particolare dove spicca una figura delle sue che è proprio inequivocabilmente ocra. Ed è proprio qui in Italia, precisamente sulla parete della Chiesa di Sant’Antonio, a Pisa, nell’ultima opera pubblica che Haring fece prima di morire tanto presto. Si intitola tuttomondo ed è un inno alla vita e alla felicità, alla pace e all’armonia che potrebbero governare l’universo intero se solo si vivesse in comunione di anime. La figura in questione è composta da quattro persone unite al centro e simboleggia la croce pisana. Così come il colore ocra è un omaggio alla città toscana e alla sua terra, la figura è un chiaro omaggio di Haring a quei committenti così attenti all’arte politica.

 

 

 

Quell’intreccio di corpi uniti ma distinti, quell’unione che lascia ogni testa libera di pensare e le braccia di muoversi, mi ha riportato alla famiglia del bambino-ocra. Guardando la figura a quattro teste di Haring ho ritrovato quella forza maschile che univa i tre fratelli e il padre lasciandoli liberi di affrontare anche le onde più grandi, senza rimproveri, senza timori. Solo il desiderio di stare insieme in quella comunione di anime che ogni essere umano dovrebbe respirare all’interno della propria famiglia per diventarne, da grande, autentico testimone.

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Maria Rosa Cirimbelli

Nasco a Milano nel 1960 e dal 1997 sono una libera professionista.

La mia vita professionale è stata costellata da momenti buoni e altri meno, e quello che mi sorprende oggi è essere ancora felice di fare ciò che faccio. Mi occupo di comunicazione per le imprese e, dopo tanti anni di onorato servizio, posso dire di essere una consulente che sa orientare e guidare qualsiasi azienda in questa attività fondamentale.

Ho chiamato la mia attività Geode Comunicazione, perché mi intrigano i “belli dentro”, quelle realtà che, come il geode, viste da fuori sono sassi grezzi e duri, la cui vitalità e bellezza sta tutta all’interno. Ed è lì che mi piace indagare per fare emergere i valori, le esperienze, le qualità dei prodotti e delle persone.

Da sempre mi piacciono le storie, quelle belle, appassionate, che ti aprono gli occhi, la mente e il cuore. Storie da ascoltare, da scrivere e da condividere. Anche quelle impossibili, fatte di apparente normalità. Storie in bianco e nero o a colori. Storie da far vivere per non dimenticare.

Comunicare per me è emozione, oltre che competenza. Emozione che provo ogni volta che apro un geode e un mondo pieno di colori prende luce.

Il mio sogno? sviluppare il progetto CIRISCRIVE.